FOOD SOCIAL GAP

Oggi un articolo un po’ più pregno del solito, partito da una mia riflessione “ad ampio raggio”, a cui è seguita una ricerca a ritroso nel tempo. L’obiettivo era capire come siamo arrivati oggi a ridurci tanto male (da un punto di vista alimentare, si intende). E come poter risalire la china.

Come sai bene, mai come questi ultimi anni l’argomento cibo e alimentazione è al centro dell’attenzione mediatica: in televisione è un tripudio di chef stellati (e non) che si susseguono in programmi televisivi che hanno quasi del tutto monopolizzato i palinsesti, in alternanza a qualche medico o nutrizionista che ci avvertono dei rischi legati a comportamenti alimentari scorretti, delle patologie pendenti sulle nostre teste come moderne spade di Damocle.

I media insistono sull’importanza dei cibi sani e di una dieta ricca di alimenti genuini, possibilmente biologici o prodotti da agricoltura o allevamento naturale e non intensivo, sia per il benessere dell’uomo ma anche per quello ambientale.
In un contesto di tale esaltazione e risonanza, vi è un elemento meno trattato che, in realtà, esiste dall’alba dei tempi…o almeno da quando l’uomo ha fatto la sua comparsa nella Storia.

Oggi, per dirla alla Mark Zuckerberg, potremmo chiamarlo: food social gap.

Facendo un viaggio nella storia dell’alimentazione, risulta evidente che il cibo sia anche stato un elemento di “discriminazione” sociale che simboleggiava, evidenziandola in ogni pasto, l’appartenenza ad un certo ceto.

Voglio cioè dirti che ci sono sempre stati alimenti per i poveri e alimenti per i ricchi.

Se è vero che oggi mangiare è alla portata di tutti nei Paesi Occidentali, mangiare sano sembra diventata una prerogativa dei ricchi.

Infine vorrei fornirti un ulteriore elemento di riflessione che caratterizza le vite sempre più frenetiche delle persone: in Italia, come nel resto del mondo, cresce l’abitudine a mangiare fuori casa.

Ogni italiano consuma più di 100 pasti fuori casa all’anno e spesso ricorre ai fast-food che, nella loro accezione più ampia (si considerino pertanto anche i cibi precotti e surgelati, pronti nel microonde in 5 minuti… o dopo 4 salti in padella), rappresentano una realtà in continua ascesa che va a discapito dei cibi sani, sempre più sacrificati sull’altare dell’economicità e della praticità persino dalle famiglie, oltre che dalle persone meno abbienti.

Cerchiamo perciò di capire se, anche oggi, in un contesto storico certamente complesso ed intricato, la differente alimentazione tra i nuovi ceti sociali esiste e fa la differenza, soprattutto in termini di salute e rischio di malattie croniche (eh sì amico mio…qui si è sempre sul pezzo 😉 ), imprescindibili elementi moderni che affiancano i classici gusto, appagamento sensoriale ed esclusività in una ipotetica “scala” di valutazione dei cibi.

Cibo per ricchi e cibo per poveri: cenni storici

Come sempre la Storia è ricca di insegnamenti preziosi e può aiutarci anche in questo caso a comprendere.

Fin dall’epoca sumerica (III Millennio a.C.) il cibo veniva utilizzato anche per contraddistinguere l’esigenza di ribadire un certo prestigio.

Nella Grecia antica (V e IV sec. a.C.), le differenze fra classi sociali e fra campagna e città erano rimarcate dal cibo.

Per gli Etruschi la caccia (e i “frutti” che ne derivano) era ritenuta un’attività prettamente aristocratica e, come tale, denotava l’appartenenza a gruppi sociali elevati. Inoltre, sulla tavola del ricco finivano anche le varietà di pesce più pregiate e fresche, alle quali si riconosceva anche un alto valore economico: il tonno in primis e poi sogliola, orata, triglia, murena e ostrica. Al popolo invece arrivavano pesci di minori dimensioni e qualità, il più delle volte salati e conservati.

I Romani del periodo monarchico e nei primi anni della Repubblica (V sec. a.C.) usavano uova come fonte di proteine perché la carne era un lusso destinato ai ricchi.
Ai tempi di Augusto invece, il popolo della città, i contadini e i soldati impegnati nelle campagne militari avevano un’alimentazione quotidiana monotona, costituita da cibi freddi se non addirittura crudi. Il pasto consisteva in un po’ di pane imbevuto nel vino, accompagnato da olive, cipolle, formaggio, uova, e raramente da un pezzo di carne fredda.

Ho però trovato un dato insolito e anomalo che riguarda i contadini europei dell’Alto Medioevo: costoro godevano di una dieta sicuramente più equilibrata di quanto si possa generalmente riscontrare in altre epoche (includendo forse anche la nostra…). Cereali, legumi, ortaggi erano ampiamente integrati da selvaggina, pesce e bestiame allevato nelle radure e nei boschi. Una tale varietà rappresentava un comune denominatore della dieta quotidiana per tutti i ceti sociali. Infatti, tralasciando le immancabili differenze (qualitative e quantitative) legate al valore simbolico nella cultura del tempo tra i regimi alimentari dei diversi gruppi sociali, la varietà degli alimenti era comunque garantita per tutti. Prodotti animali erano sempre accostati a quelli vegetali persino sulle tavole dei ceti popolari, cioè la classe sociale predominante.

In termini di food social gap, questo è un momento storico interessante e particolarmente significativo in cui si denota una sorta di minimo storico nelle differenze di cibo tra le diverse classi sociali. Guardando più nello specifico il cibo consumato, potremmo identificarlo come costituito da “alimenti genuini, prodotti da agricoltura e allevamento naturale non intensivi, sia per il benessere dell’uomo che dell’ambiente”. Insomma, una situazione che lascerebbe ben sperare.

La trattazione potrebbe proseguire passando dal XIV al XVI secolo (con le preziose spezie a segnare la linea), dal Rinascimento alla Rivoluzione Francese e oltre. Ma sempre si continuerebbero a ritrovare differenze marcate tra cibo per i ceti più abbienti e per le classi più umili.

Resta la curiosa eccezione dei contadini dell’Alto Medioevo.

È solo questione di soldi?

Se leggi il mio blog sai certamente che ci sono diversi fattori che rendono difficile seguire uno stile alimentare corretto: dalle abitudini sbagliate, alla pubblicità alimentare commerciale aggressiva e accattivante, alla pigrizia e, sembra sempre più, anche per una questione economica.

Se nel nostro Paese seguire un’alimentazione sana risulta ancora economicamente accessibile ai più, grazie alla vasta disponibilità dei prodotti genuini propri della dieta mediterranea (e qui intendo olio extra vergine di oliva, frutta, verdura, pesce. Non pasta, pane e robaccia raffinata, ok?), in alti Paesi la situazione è più complessa.
Secondo un recente studio della Cambridge University nel Regno Unito, emerge il comportamento differente della crescita del prezzo applicato ai cibi sani rispetto a quelli meno sani in un arco temporale di 10 anni (dal 2002 al 2012) confrontandolo con quelle che sono state le scelte d’acquisto dei consumatori inglesi a seconda della diversa estrazione sociale. Il risultato ha evidenziato che i prodotti più sani costano di più e che, rispetto ai prodotti meno sani, il loro prezzo tende a crescere, nel tempo, molto più velocemente.

Dal 2002 al 2012, infatti, se il prezzo medio dei prodotti poco salutari è cresciuto di 0,07 sterline l’anno per calorie, quello degli alimenti sani è cresciuto di 0,17 sterline.
La differenza di prezzo fra cibi sani qualitativamente migliori e il junk food è aumentata in valore assoluto, al punto tale da rendere sempre più costosa ed esclusiva la possibilità di adottare un regime alimentare sano.

Ancora più complicata è la situazione negli Stati Uniti dove il cibo di qualità è accessibile prevalentemente alle classi sociali agiate. È qui che le scelte alimentari assumono una connotazione sociale più forte che in altri paesi industrializzati.

Ecco la domanda da 1 milione di euro: anche ai nostri tempi l’appartenenza ad un certo ceto sociale è l’elemento discriminante per avere accesso ad alimenti più sani? È davvero solo una mera questione di soldi o ci può essere altro?

I nuovi obesi

Devi sapere che esistono studi che evidenziano l’esistenza di una relazione inversa tra livello socioeconomico e tasso di obesità, rilevando una presenza più marcata di individui in sovrappeso tra le persone con un reddito basso e un minore livello di istruzione. Si calcola che nel mondo ci siano tanti obesi quanti affamati e che gli obesi siano i “malnutriti” dei paesi ricchi proprio come gli indigenti sono gli affamati nei paesi poveri.

A determinare questo triste fenomeno concorrono diversi fattori (abitudini alimentari, livello di educazione, accesso al cibo salutare, tempo e capacità per cucinare pasti più bilanciati da un punto di vista nutrizionale, ecc.), ma senz’altro uno dei più importanti è il costo del cibo.
La scorretta alimentazione e il consumo costante di cibo spazzatura hanno portato al sovrappeso più di un terzo della popolazione mondiale.

Questo risultato ottenuto dalle ricerche dell’Overseas Development Institute è allarmante ma probabilmente metabolizzato dalla maggior parte di noi occidentali.
Tuttavia la peculiarità di tali conclusioni diventa lampante osservandone i dettagli: due su tre di queste persone a rischio obesità vivono nelle nazioni più povere del mondo.

Tra i primi dieci Paesi oversize, addirittura otto fanno parte delle cosiddette economie emergenti.

Perché questo trend? Gli stili di vita negli stati con reddito medio basso stanno cambiando: sedentarietà, fuga dalle campagne e disoccupazione.

C’è però un nuovo protagonista: i fast-food.

Sempre più multinazionali stanno approdando massivamente in tutte le realtà economiche più povere vendendo a poco prezzo cibi di scarsa qualità caratterizzati da altissimi contenuti di grassi, zuccheri e sodio. Alti contenuti calorici in porzioni abbondanti disponibili a qualunque orario del giorno e della notte.

Nelle favelas di Fortaleza, nel nord del Brasile, sbarcano i venditori porta a porta: con biscotti, cereali e cibi confezionati. Prodotti ricchi di sale, zuccheri e grassi (la succulenza! Ciò che sta rovinando una intera generazione), che conquistano con il gusto invitante e i prezzi accessibili.

E in Italia? Fortunatamente, un po’ protetti dalla dieta mediterranea, l’incidenza delle persone obese nel nostro paese è pari al 10%. Tale percentuale è piuttosto bassa considerando il 30% di Messico e il 38% degli USA.

Purtroppo, però il trend è in crescita soprattutto tra i bambini alimentati troppo, male, e relegati a dover fare movimento spesso solo al chiuso e unicamente nei momenti prestabiliti dagli adulti. In molti casi anche in Italia si ricorre ai cibi meno salutari in quanto meno costosi e più pratici.

Il cambiamento degli stili di vita delle popolazioni di tutto il mondo, l’eccessiva pubblicità e l’ideologia che viene creata dietro al cibo spazzatura, sono fattori che stanno incrementando sempre di più il consumo di cibi a basso costo.

Nonostante le porzioni siano abbondanti, i cibi sono realizzati con materie prime scadenti, grasse, carenti di vitamine, fibre, minerali e nutrienti necessari per mantenere il corpo in salute.

Anche oggi come secoli fa, le eccessive disuguaglianze di reddito rappresentano una discriminante sociale evidenziata anche dal cibo consumato.

Le famiglie italiane riducono la spesa alimentare

In tutto questo c’è però, ahimè, un elemento preoccupante.. Secondo una ricerca condotta dalla Fondazione Giangiacomo Feltrinelli per CIR food, presentata a ottobre 2017, “il 10,5% dei cittadini dell’UE28 non è riuscito a soddisfare stabilmente l’esigenza di un pasto adeguato. Nel panorama europeo l’Italia si caratterizza per avere valori di disagio alimentare superiori alla media (14,2%).”

“Le famiglie italiane, vedendo progressivamente ridotto il proprio potere di acquisto, stanno decidendo di ridurre anche le spese destinate a quei beni che un tempo erano ritenuti “incomprimibili”, come la spesa alimentare. Questa contrazione dei consumi non è da intendersi solo in senso quantitativo, ma anche qualitativo: orientando le proprie scelte verso prodotti più economici, infatti, gli italiani rinunciano alla qualità del cibo che consumano, anche consapevolmente”.

Rinunciare alla qualità del cibo significa rinunciare alla propria salute.

Come dare torto a queste conclusioni. Per assicurare a tutti un cibo di qualità occorre prima di tutto prendere coscienza che pochi oggi possono permetterselo e tracciare strade credibili per superare il problema.

Questione di reddito, cultura o abitudini?

Ma c’è dell’altro. Una recente ricerca afferma che “le famiglie più povere mangiano peggio, e preferiscono cibi meno salutari ma non a causa di prezzi e disponibilità economiche ma per mancanza di istruzione o per abitudine.”

Si tratta di uno studio americano (Eliminating “Food Deserts” Won’t Cure Nutritional Inequality del National Bureau of Economic Research, Massachusetts).
Lo studio conferma che le famiglie con un reddito più alto acquistano e consumano cibo più salutare, in media, in particolare più frutta, verdura e alimenti ricchi di fibre e proteine; acquistano in misura minore alimenti ricchi di grassi saturi e zucchero, che fanno meno bene.

Inoltre, secondo i dati Nielsen, le famiglie americane a basso reddito spendono l’87 per cento del denaro che usano per il cibo nei grossi supermercati; le famiglie più ricche il 91 per cento, poco di più. Questo significa che la ragione per cui mangiano cose meno salutari non è che fanno la spesa solo nei minimarket privi di banchi frutta e pane integrale. Vanno a fare la spesa dove ci sono frutta e cibi salutari, ma ne comprano molto meno. Lo studio giunge alla conclusione che le famiglie a basso reddito comprano in proporzione maggiore cibi pronti e “cibo spazzatura” per via della loro educazione alimentare, per ciò che sono abituati ad acquistare.

Capito? Educazione alimentare.

Andiamo avanti…

Si ha poi conferma che le famiglie più povere mangiano peggio, non sempre (o non solo) per problemi di reddito ma anche per limiti culturali.
Secondo i calcoli dello studio del National Bureau of Economic Research il livello di istruzione è responsabile per circa il 20% dell’associazione tra alto reddito e consumo di alimenti salutari: se ne deduce che per migliorare lo stato di salute medio degli americani basterebbe fare più informazione sull’alimentazione. Il problema è che di informazione su questo tema se ne fa già molta, anche sulle stesse etichette dei prodotti. Quindi forse il punto non è tanto che le persone meno abbienti non siano informate, ma che probabilmente non abbiano la possibilità di usare le informazioni disponibili: per esempio spesso fanno lavori per cui hanno meno tempo da dedicare alla propria salute e alla cura della propria alimentazione. Può mancare loro anche solo il tempo per cucinare, cosa necessaria per consumare la maggior parte dei cibi freschi e non pronti.

Altri fattori che potrebbero influire sono l’esposizione alla pubblicità e i livelli di stress, che portano ad acquistare prodotti che generano gratificazioni immediate.

Come se ne esce?

Mentre in altre epoche il poter consumare un certo tipo di cibo era una sorta di “diritto sociale” legato alla semplice appartenenza ad un certo ceto, oggi il quadro è indubbiamente più intricato. Vi si aggiungono infatti elementi subdoli come le multinazionali del fast-food e i ritmi esasperati della vita moderna che, insieme, sembrano costituire le nuove Scilla e Cariddi, un’accoppiata letale per il controllo della nostra alimentazione, poveri o ricchi che si sia.

Tuttavia, un dettaglio balza all’occhio un dettaglio interessante che mi ha fatto riflettere:

“il cibo dei poveri di una volta è divenuto, in larga parte, il cibo dei ricchi di oggi”.

Negli ultimi vent’anni è avvenuto un vero e proprio scambio delle parti tra le classi sociali.
I ricchi sono alla ricerca spasmodica di alimenti integrali, ortaggi e frutta biologica e biodinamica, allontanano i dolci e tutto ciò che implica raffinazione e manipolazione industriale.
Esattamente quello che fino a poco tempo fa veniva consumato dalle persone meno abbienti che, dovendo per forza di cose avere un atteggiamento di vita volto al risparmio e all’economicità, tendevano a mangiare pasti poco abbondanti ma realizzati con materie prime eccellenti, spesso prese dagli orti che coltivavano, dagli animali che nutrivano o di cui conoscevano l’esatta provenienza.

Le multinazionali hanno fiutato qui il grande business creando la domanda con prezzi sempre più bassi.
Purtroppo, gli interessi economici in gioco non facilitano uno scambio di informazioni onesto, né ricerche scientifiche coerenti, al punto che la maggior parte delle notizie riportate dalla stampa sono spesso controverse e confuse.

Questo è un ulteriore elemento che influenza enormemente le scelte alimentari che talvolta finiscono per essere dettate non da oggettività e razionalità ma da logiche di business che certamente non salvaguardano la salute del consumatore.

Come se ne esce dunque? Si può colmare questo food social gap in qualche modo? Possibile che l’esempio dei contadini dell’Altro Medioevo debba rimanere un caso isolato?
Indubbiamente, la disponibilità di denaro pesa…ma abbiamo visto che non è l’unico elemento in gioco.

Ad esempio, si potrebbe partire dall’approvvigionamento del cibo: affinché sia qualitativo, dovrebbe rispettare la stagionalità degli alimenti ed indirizzarsi a produttori locali più che al supermercato medio.

Come cerco di far capire alle persone che mi seguono, ci può salvare acquisendo una cultura alimentare che sia però attraente, invitante, proponibile, da diffondere a tutti in modo da saper orientare consapevolmente le scelte dei cibi, pur nei limiti delle proprie finanze, sradicando atteggiamenti alimentari pericolosi alla luce di una nuova consapevolezza nei confronti di ciò che si mangia.

Esattamente la mission di Difesa Personale Alimentare.

Alla prossima!

Alessandro

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